E se si parlasse di Me!?

Introduzione della rivista About Osteopathy del SBO (Belgio) del mese di Novembre 
M. Hellin Presidente SBO 
E se si parlasse di Me!  
 Qualcuno  un giorno mi ha fatto questo indovinello:

"Conosci la differenza tra Dio ed un osteopata? " non vi farò l'insulto di riferirvi il seguito… 

Fui dapprima divertito da questo scherzo, che però in seguito mi ha portato a riflettere sullo stato d'animo che talvolta mi anima e sulla nozione di umiltà. 

Il Larousse dà dell'umiltà la seguente definizione: "Stato d'animo, atteggiamento di qualcuno che è umile, si considera senza indulgenza, è pronto ridimensionare i propri meriti." 

L'origine latina della  parola "umiltà" può aiutarci a considerarla in una luce un po' diversa.

Umiltà  trae la sua radice da "humus": terra, suolo, che designa quello strato superficiale del suolo molto fertile, che accoglie il seme e da' la vita. Da questa prospettiva  l'umiltà è  la qualità di apertura che ci permette di riconoscere che, nella nostra ricerca del senso della vita e del suo funzionamento, non deteniamo la verità assoluta. E per questo possiamo accettare che altri propongano delle nuove idee, e prenderle in considerazione. 

Abbiamo bisogno dell'Ego per costruire, agire, questa è la scintilla che ci anima.

È l'Ego che ci ha spinto a progredire dalla nostra condizione di fisioterapisti per diventare osteopati. Tuttavia uno dei problemi della società attuale, che vive sempre più "nell'Apparire" piuttosto che "nell'Essere", è una sorta di sovradimensionamento, di infatuazione dell'Ego .

L' Io è il nostro programma primario, rappresenta la nostra natura profonda, la nostra essenza.

È ciò che siamo realmente, ciò che avremmo dovuto essere prima che la società ci trasformi, ci modelli. Purtroppo il nostro Io è spesso schiacciato  dall'Ego. E' necessario ripartire alla ricerca di questo Io. Non è facile.   

Facciamo un mestiere  appassionante, rendiamo dei servizi, talvolta di qualità inestimabile a numerose persone, ma non dobbiamo dimenticare mai che siamo solamente quelli che provano a comprendere il funzionamento di un fantastico computer – della  15 ma generazione – che non abbiamo inventato noi. Quello che sa far girare molto bene un programma   utilizza al massimo il 20% del sistema.

Dobbiamo ricollocarci nella stessa ottica per ciò che riguarda i nostri pazienti: proviamo a comprendere bene o male il funzionamento del corpo con le nostre conoscenze ed ogni tanto anche esplorando dei sentieri sconosciuti. Tutti gli osteopati del mondo unendo le loro conoscenze, non sarebbero capaci di svelare i misteri contro cui cozziamo giorno dopo giorno.

Nelle  riunioni tra colleghi, si sente parlare sempre dei successi terapeutici , ma sarebbe più istruttivo parlare degli insuccessi. Avere un insuccesso al giorno, pur essendo certi di avere fatto un buon lavoro, è sicuramente più produttivo di qualsiasi successo. Ricordiamoci innanzitutto i pazienti che ritornano più volte per gli stessi motivi.. Sono quelli su cui bisogna concentrare la nostra ricerca, sono quelli di cui bisogna parlare tra colleghi…. Nella maggior parte dei casi, sono le nostre conoscenze che segnano i nostri limiti. La medicina osteopatica non ha ancora mostrato tutte le sue possibilità. 

La gioia che ci procura la testimonianza di un paziente e la riconoscenza talvolta senza limiti, talvolta esagerata,  devono comunque farci  restare "con i piedi nell'humus".

Finirò con una citazione di Charlie Chaplin che deve farci riflettere: 

"Siamo tutti dei dilettanti, non viviamo abbastanza a lungo per diventare dei professionisti." 
ssionisti."  

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