di Andrea Verso
Per l’ennesima volta mi è capitato di assistere al solito dibattito sull’opportunità o meno di una manipolazione, sulla pericolosità di una pratica definita irruente, invasiva e fonte di numerosi problemi.
La domanda che mi pongo e che pongo a coloro che leggeranno il mio articolo è questa: “è giusto identificare una filosofia, una cultura, una pratica esclusivamente attraverso uno strumento?”
Mi spiego, a mio avviso la manipolazione rappresenta solamente uno degli strumenti dell’osteopata, un “attrezzo” che va usato quando serve.
Concentrando l’attenzione sulla manipolazione la si distoglie da tutto ciò che sta alla base della pratica osteopatica, dalla valutazione dell’individuo, dalla conoscenza di tutte quelle relazioni che sono alla base della scelta di una tecnica osteopatica piuttosto che un’altra.
Ridurre il lavoro dell’osteopata alla semplice manipolazione, e di conseguenza accettare dibattiti che abbiano questa levatura, contribuisce solamente a sminuire il nostro operato, intrappolandoci e rendendoci schiavi di un semplice strumento.
Seguendo questa logica potremmo dire che i chirurghi sono degli scriteriati perché usano il “bisturi” un arnese pericolosissimo perché estremamente affilato in grado di procurare ferite gravissime! Negando allegramente le conoscenze e le esperienze che li rendono abili ad usare tali attrezzi.
Paradossale no?
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