L’osteopatia ha cambiato la mia vita professionale?

di Andrea Verso
Sono un fisioterapista ormai da qualche anno e da più di due ho intrapreso una nuova strada in un ambito per molti aspetti profondamente diverso dalla fisioterapia: l’osteopatia.
Giunto a questo punto del mio percorso formativo provo a fare un bilancio su quanto la pratica osteopatica abbia contribuito a cambiare la mia vita professionale, in che modo cioè, sviluppare nuovi concetti di analisi della patologia e acquisire determinate tecniche di trattamento, influenzi i risultati che quotidianamente ottengo nel mio lavoro.

Nella pratica di studio ci si trova a fare i conti con persone che si rivolgono a te nella speranza di risolvere le patologie che li affliggono nella maniera migliore e più veloce possibile.
E’ proprio qui che cominciano i problemi.
Viene spontaneo, trovandosi di fronte ad una persona che lamenta un dolore alla schiena, dirigere il proprio intervento verso la zona che appare la più problematica e trattarla fino a che i sintomi non siano spariti. A questo punto si ha l’impressione di trovarsi di fronte ed un intervento pienamente riuscito. Ma quella che appariva come una vittoria schiacciante finisce, a volte, per rivelarsi una soddisfazione di breve durata. Può capitare cioè, che dopo poco tempo ci si trovi a far i conti con delle recidive che riportano il malcapitato a soffrire nuovamente lo stesso malessere.
Trattare il dolore nella sede in cui si presentava era il normale approccio che avrei attuato prima di conoscere l’osteopatia.
La domanda che mi pongo attualmente invece è la seguente: il dolore che mi viene presentato è la manifestazione di un problema che riguarda precisamente la zona interessata, oppure ci possono essere altre cause che creano la sofferenza come semplice conseguenza?
Mi spiego, trattare un sintomo (il dolore) spesso permette di sopirlo o annullarlo temporaneamente, ma se non si provvede contestualmente alla rimozione delle cause che tale dolore hanno provocato, si compie solamente una parte del lavoro, lasciando sovente la porta aperta alla recidiva.
Ovviamente l’esempio sopra riportato può riguardare un qualsiasi distretto corporeo mentre la causa del disagio affonda le proprie radici in altre zone del corpo, magari situate a distanza.
E’ sempre bene ricordare che l’organismo non agisce a compartimenti stagni, ma risente come un’unità inscindibile di tutto ciò che lo influenza. Diviene quindi lecito pensare che per curare una persona non ci si può limitare a prenderne un “pezzo” ed agire su quello.
La forza dell’osteopatia è tutta qui.
L’osteopata considera l’organismo come “un’unità funzionale”, non si limita in altre parole, a curare il sintomo come fine a se stesso, ma ricerca le possibili cause che lo generano e su quelle agisce.
Tornando alla mia esperienza di terapeuta, guardando indietro noto che da quando ho cominciato a far mia la filosofia osteopatica e la tecnica che da questa scaturisce, ho modificato radicalmente l’analisi, le intenzioni e gli interventi con i quali affronto i problemi di chi quotidianamente si rivolge a me.
Tutto ciò mi permette di trovare più velocemente e più efficacemente strategie di trattamento che consentono, non solo di risolvere la sintomatologia ma, rimuovendo anche le cause del disturbo, di fornire gli strumenti per ritrovare un proprio equilibrio fisiologico, condizione fondamentale perché l’organismo “funzioni” correttamente.
Tornando alla domanda iniziale: se l’osteopatia ha cambiato e continuerà a migliorare la mia vita professionale, posso tranquillamente rispondere con un pieno e deciso “SI”.
Parafrasando i padri fondatori dell’osteopatia amo pensare che l’organismo umano sia una meravigliosa macchina con delle risorse immense e che a noi, nel nostro piccolo, non resta che “dargli una mano”, per quanto ci è possibile.
C’è da riflettere……..
Andrea Verso.

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